Art bonus a chi spetta e a chi no…

Impeccabile lo scambio in punta di diritto tra Associazione musicale delusa dal non poter accedere al FUS e Agenzia delle Entrare tutore della legalità. Ma…
Ma non si arriva al punto.
Il punto è – come spesso ci ripetono – che la coperta è troppo corta. O meglio. Per una precisa scelta di non finanziare (troppo) la cultura, la coperta è troppo corta.
Ed ecco allora che si è scelto un criterio che potesse limitare la platea dei beneficiari. E il criterio è stato: essere ammissibili al finanziamento statale del FUS.
Ma sappiamo bene che, anche al di fuori del FUS, ci sono realtà di eccellenza che meriterebbero di aver diritto ad agevolazioni pubbliche per il proprio fare cultura (e forse meriterebbero ancora di più, visto che campano senza quella sovvenzione pubblica).
Diciamo che il criterio di esclusione poteva essere tranquillamente differente. Ossia si poteva dire che erano ammissibili al beneficio fiscale le organizzazioni culturali che, a scelta, potessero:
– avere una partita iva – avere un certo numero di dipendenti (e/o di volontari) – avere un certo ammontare di fatturato (o, se non vi piace, di bilancio) – ricevere una qualsiasi altra forma di finanziamento pubblico
Ecco, quest’ultimo requisito poteva certamente rappresentare già di per sé una garanzia di “solidità” e di “autorevolezza”, vista la (giusta) complessità di Avvisi e Bandi pubblici e la marea di documenti da presentare per essere ammessi a ricevere contributi da parte di qualsiasi livello di Ente pubblico (Stato, Regioni, Comuni).
Allora va detto, semplicemente, che quello di essere organizzazioni “non sovvenzionati dal FUS” per non essere ammissibili ad Art Bonus è un comodissimo alibi.
Allo stesso tempo, per non essere troppo semplicistici, effettivamente comprendiamo che la coperta potesse essere troppo corta per abilitare le oltre 50.000 organizzazioni non profit dedite alla cultura (certificate come tali nei vari Registri provinciali e regionali).
E forse tale abilitazione non era nemmeno una scelta azzeccata, dal momento che dentro questo numero vasto trova spazio una varietà davvero troppo eterogenea, con associazioni che hanno fatto un evento nell’ultimo quinquennio e che hanno tre soci, compresi papà e mamma.
Tutta questa vicenda dell’Art Bonus limitato però lascia un po’ l’amaro in bocca. Si ha l’impressione che sia un’occasione mancata.
E sapete perché?
Perché si sarebbe potuto fare della detrazione fiscale per l’arte un veicolo formidabile per diffondere quella cultura del dono che, soprattutto nell’ambito artistico, stenta ancora a decollare.
Si sarebbe potuto dare un grande impulso al ruolo della raccolta fondi e al suo essere una funzione sostanziale, strategica e continuativa, insita nel piano di lavoro e nella linea di sviluppo delle organizzazioni stesse.
Non dimentichiamoci infatti che, fuori dall’eccezionale 65% di Art Bonus, il vantaggio fiscale per le organizzazioni culturali è ancora ancorata alla normativa delle ONLUS (art. 14 comma 1 D.L. n. 35/2005 e succ. mod.), ossia… 26%.
Certo non che il motivo fiscale o che la detraibilità siano i presupposti per fare la raccolta fondi. Sappiamo bene che le leve emotive e la capacità empatica sono i veri attori del processo di coinvolgimento e sostegno. Ma certamente era un incentivo non da poco.
E pensare che si potrebbe anche andare oltre e adottare un modo rivoluzionario di trattare questa materia.
Ossia pensare ad incentivare davvero la cultura, non solo nei termini di erogazioni, ma anche di consumi. Finanziare cioè direttamente la spesa in cultura di tutti i consumatori, non solo dei donatori.
Ed in tal senso le riflessioni sono due.
La prima è che, facendo un parallelo a quanto avviene per i testi scolastici e le spese di formazione, si potrebbe applicare la detrazione del 19% di tutte le voci di consumo artistico e culturale, certo con tetti e limiti oppure con un parametro progressivo rispetto al proprio reddito. Una sorta di Super Art Bonus, insomma!
Questa pratica – per altro – avrebbe un effetto collaterale niente male… Ricordate quella usanza un po’ italica dell’evasione fiscale? Ecco, vi diamo una notizia: questa piaga abita serenamente anche nella cultura e nelle espressioni d’arte. Anzi, troppo spesso, ritroviamo in giro Associazioni culturali che, nel nome di due o tre concerti di musica dal vivo, somministrano Negroni e Moscow Mule senza la minima traccia di ricevuta… Diciamo che, cultura o meno, se un consumatore potesse detrarre le spese per quel contenuto, almeno il tentativo di chiedere un documento fiscale potrebbe nascere.
La seconda è che, a differenza di quanto avviene adesso per Art Bonus, le Associazioni Culturali (o meglio le Imprese Culturali, ehm pardon, Sociali, visto che non esiste la categoria nemmeno nel nuovo Codice del Terzo Settore) possano accedere direttamente alle detrazioni fiscali, senza bisogno alcuno di registrazione, ma con la detrazione fiscale a cura del donatore in fase di dichiarazione dei redditi.
Ah. Post Scriptum.
Ponendoci davvero nel migliore dei mondi possibili, nella versione del Super Art Bonus per tutte le Imprese Culturali, qualcuno dovrà poi spiegarci perché, a fronte della presentazione di un documento fiscale a cura dell’organizzazione, non si possa ricevere un pagamento in contanti (attualmente fissato a 3.000 euro). Visto che in Europa siamo il Paese con il maggior circolante possibile, forse anche questo potrebbe aiutare ad incentivare?
Ma per fortuna tutto questo non si realizzerà nel breve periodo. Anzi, quasi quasi c’è da augurarsi che Art Bonus possa essere lasciato integro e non ridimensionato. Ad majora.